La scomparsa di “Pucci” Campioni, punta di diamante del softball nazionale

di Paolo BOSSI

Ci ha lasciato Ernesta “Pucci” Meschieri in Campioni, classe 1931, autentica pioniera del softball italiano. Si è spenta a Porlezza in provincia di Como, dove viveva da molti anni. Aveva deciso di ritirarsi in una casa di accoglienza dopo la morte nel 2011 del suo amato Piercarlo “Piek”, compagno nella vita e nello sport per oltre cinquant’anni.  Nel dicembre 2010, erano stati entrambi inseriti nella Hall of Fame della Fibs, la “galleria dei famosi” dove solo pochissimi possono figurare. E loro due vi sono entrati trionfalmente in coppia, caso unico.

La “Pucci” (appellativo con cui era nota ovunque), a dispetto della salute malferma, aveva saputo mantenere sino all’ultimo lo spirito di ferro e la grinta di quando correva sulle basi: lo abbiamo constatato di persona le volte in cui siamo stati a trovarla (con i coniugi Guilizzoni) sulle rive del lago di Lugano, sponda italiana. Padroneggiava internet ed email, non dimenticando mai di fare gli auguri natalizi agli amici d’un tempo. Di recente l’avevo sentita al telefono: “Quanto ci vedremo, dovrò ancora darvi qualcosa che m’è rimasto, da girare poi alla Federazione”. E infatti parecchio materiale storico è stato donato negli anni, a vantaggio di tutti, dai due Campioni, veri “campioni” di professionalità, cortesia e generosità. La telefonata si concludeva sempre con “ricordami a Beppe (Guilizzoni) e salutami Lia”. Siamo stati proprio mia moglie ed io a ritirare gli attestati di induzione nella Hall of Fame (della cui commissione faceva parte lo stesso Guilizzoni) di Pucci e Piek, che non erano in grado di compiere il viaggio sino a Parma per il Galà dei Diamanti.

Pucci ha vissuto in prima persona le due grandi stagioni del softball in Italia, dal 1952 al 1959 e dal 1969 in avanti, insieme alle sorelle: dapprima la maggiore Virginia (Ginia), poi la minore Alda che a Novara ricordiamo, interbase, nei nostri impegni di campionato dal 1970. Una famiglia di sportivi, genitori compresi. E non solo. Il nipote Carlo (figlio di Alda), che ha raccolto la nostra partecipazione a nome del movimento novarese, ha alle spalle una carriera agonistica nei tuffi e anche nel rugby, ben conoscendo da sempre anche il softball naturalmente.

Torniamo ai genitori di Pucci: negli anni ’50 il padre conduce un negozio di articoli per lo sport specializzato nel tiro a segno, mentre la madre è accademica del Cai. La giovane Ernesta eccelle nello sci, nel judo (allora eccezione per una donna) e nella scherma, sinché… al seguito delle prime squadre di baseball spunta, anche a Torino e per iniziativa di pionieri come Bretto, Spinelli e i coniugi Germonio, il softball femminile. Se logico appare il destino lavorativo di Pucci (insegnare educazione fisica), inevitabile diventa quello agonistico: giocare a softball e al massimo livello. Le più forti squadre stanno a Napoli e appunto a Torino. Nel ‘59 però, il movimento svanisce.

Intanto Ernesta conosce Piercarlo Campioni, amante dello sci pure lui e tenente degli Alpini, presto convintosi a seguire baseball e softball. Si sposano. Insieme, nel tempo, fondano squadre, vincono titoli, scrivono libri, diventano dirigenti (anche della nazionale italiana femminile) e contribuiscono a sospingere un movimento che, nel ’69, rinasce e si rafforza. La coppia è conosciuta e stimata dovunque, anche fuori dai confini nazionali.

Ernesta Meschieri in Campioni, prima base del Car Renault di Torino e a volte catcher, si aggiudica con la sua squadra (e con la sorella Alda) gli scudetti del 1969 e del 1970. Ottiene a fine ’69  l’Oscar del Baseball come migliore giocatrice: “allora il softball – ricordava Pucci – rispuntava dopo l’oblìo, aveva scarsa visibilità e il mio trofeo era costituito da una statuetta con un giocatore di baseball sistemata su una pallina, sempre di baseball”. Ma la scritta parla chiaro: “Ernesta Campioni, miglior giocatrice di softball femminile”.
Nel 1970 le strade del Torino e del neonato Novara Softball, come accennato, si incrociano per la prima volta. L’esordio in campionato delle novaresi, al Centro Sociale, termina con un 14 a 6 per le fortissime avversarie. Pucci si dimostra aggressiva sulle basi come nessuna. “Scivolavo – raccontò in un’occasione a casa sua – spiccando un volo di traverso, favorita dalla pratica del judo, puntando sull’avversaria per intimorirla. Qualche ammonizione… non mi mancò”.

Una foto rivelatrice, scattata forse da Piek proprio in quella partita, documenta lei (ormai alle soglie dei 40 anni!) che si getta in rubata sulla seconda base, dove l’attende Lia Bandi con la palla nel guantone, mentre Azzurra Cavazzana grida il suo incitamento a chi difende. Come sia andata a finire nessuno lo ricorda con precisione.

Tempi davvero eroici, di sacrifici e di avventure. Ecco altri ricordi di Ernesta  : “Ci fu quella volta, e non fu la sola, che io e Piek presentammo al Monte di Pietà il prezioso anello di fidanzamento allo scopo di ottenere un prestito per l’acquisto di materiale”. L’anello per fortuna… fu sempre riscattato. “Per la precisione, non tutto il materiale costituiva una spesa da sostenere: era il caso delle palle da gioco. Ai tempi facevo traduzioni per conto della Federazione, che – per la crescente attività – doveva pubblicare molti manuali: così scelsi di essere pagata in palle!”.

“Il softball – commentava spesso Pucci Maschieri, campionessa sposata Campioni – ci ha davvero vuotato il portafoglio, ma ci ha riempito il cuore”.

“Pucci” Meschieri Campioni con gli attestati (suo e di “Piek”) di induzione nella Hall of Fame della Fibs, in compagnia di Paolo Bossi e Natalia Bandi che avevano ritirato al loro posto i riconoscimenti al Galà dei Diamanti.

“Pucci” Meschieri Campioni con gli attestati (suo e di “Piek”) di induzione nella Hall of Fame della Fibs, in compagnia di Paolo Bossi e Natalia Bandi che avevano ritirato al loro posto i riconoscimenti al Galà dei Diamanti.

Il ruolo preferito di Ernesta Meschieri, quando giocava, era in prima base, da dove dirigeva la difesa.

Il ruolo preferito di Ernesta Meschieri, quando giocava, era in prima base, da dove dirigeva la difesa.

Non è precisamente un abbraccio quello che Lia, nel campionato 1970, si aspetta da Pucci in irruente scivolata.

Non è precisamente un abbraccio quello che Lia, nel campionato 1970, si aspetta da Pucci in irruente scivolata.

La statuetta dell’Oscar del “Baseball” 1969, vinto dalla giocatrice per la categoria “Softball”.

La statuetta dell’Oscar del “Baseball” 1969, vinto dalla giocatrice per la categoria “Softball”.

Ernesta Maschieri e Beppe Guilizzoni sfogliano libri e memorie di una lunga storia sportiva.

Ernesta Maschieri e Beppe Guilizzoni sfogliano libri e memorie di una lunga storia sportiva.

 

Ci ha lasciati Romano Fini

Già dirigente del Novara nei primi anni di storia della società e padre di Antonio e Italo che sono stati due grandi giocatori negli anni  ’80/’90.

Alla moglie ed ai figli giungano le condoglianze della società e del suo direttivo.

I funerali saranno martedì alle 10.30 alla Parrocchia di San Giuseppe.

Un ragazzo della via Gluck racconta il suo baseball (e la lippa)

Di Paolo BOSSI

Estratto da “Lippa News – 10/2016”

… Gino Santercole, il famoso cantante, compositore e attore, uno dei “Ribelli” e del “Clan” fin dalla prima ora, è un grande appassionato di baseball.  Anzi è stato un vero giocatore, tesserato dal 1955 al 1957 per il gruppo sportivo Pirelli di Milano,  la stessa società dove sarebbe confluito poco dopo il nostro Beppe Guilizzoni, proveniente dal sodalizio vincente dei Leprotti. Sapendo dei suoi trascorsi sul diamante, da mesi cercavo l’autore di “Una carezza in un pugno” e di tantissimi altri motivi, alcuni portati poi al successo dallo zio (anche se di soli due anni più anziano) Adriano Celentano. Non vi dico i tentativi, persino recandomi di persona alla sede del Clan, per trovare un riferimento utile; la strada dei social si era rivelata infatti  infruttuosa. Sapevo che stava a Roma o dintorni; e basta.  Ne parlai, in primavera, anche con Beppe, viste le “affinità pirelliane” tra i due, motivo di questa Lippanews. E proprio da Beppe, a novembre, mi è arrivato inaspettatamente un numero segreto. L’ho composto subito.

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– Qui parla uno del baseball, disturbo? “Ma quale disturbo – risponde una franca e calda voce dall’altra parte – quando si parla di baseball non si disturba mai”. Messo subito a mio agio, mi presento e chiedo a Gino come è nata la sua passione per il batti e corri. “In via Gluck – rivela – in tanti giocavamo a baseball, che poi era il seguito naturale della lippa nostro passatempo abituale; occupavamo uno slargo naturale sotto il livello della strada, all’incrocio con via Bruschetti e a due passi dai fasci di binari della Centrale. Ma senti, domani sono a Milano, perché non ci vediamo? Pensa che dovrei ancora avere una pallina”.  “Va bene, io porterò un guanto e un mazza”. Così è stato (a parte i mormorii, visto che giravo tra la gente con una robusta mazza tra le mani). Gino è una persona di immediata simpatia e straordinaria comunicativa. Seduti al bar a discorrere di baseball (e di softball essendoci anche Lia), gli si è riaperto un mondo fantastico, quello dei ragazzini cresciuti nella milanese via Gluck. Lui abitava al n.10 con Gian Primo Prata, Adriano al 14, il Lino prima base al 13, poi i fratelli Canton con il Gianni lanciatore e Favi, Baschenis e Pasquadibisceglie (che sarebbe diventato il fonico del Clan). E altri ancora. Tutti in case di ringhiera. “Il nostro baseball era artigianale – racconta Santercole –  con pallina senza cuciture, guanti di fortuna e quella mazza fabbricata da mio padre falegname: praticamente una clava! Sapevamo che a Milano si giocava il baseball autentico e andavamo spesso a vedere partite al Giuriati, al Forza  e Coraggio e anche altrove; sempre in bicicletta, che era già un lusso. L’importante era rincasare possibilmente con una pallina andata persa nel gioco e da noi magicamente ritrovata”.  Le compagnie in via Gluck (come in un successivo contatto mi avrebbe precisato al telefono Prata, il catcher di quella formazione di giovanissimi amici) erano due. Celentano faceva parte dell’altra e il baseball lo sfiorò soltanto. Santercole invece ne fu stregato. Soprattutto dopo che il gruppetto andò a vedere, al cinema Tonale di via Tonale (il locale ora non esiste più) il film “Quando torna primavera” con Ray Milland. Che bella coincidenza! In un rione non lontano, in zona Sempione, anche il nostro Beppe Guilizzoni si innamorò del baseball guardando la stessa pellicola, proiettata al vecchio cinema Rosa di via Canonica: due spettacoli, 120 lire. Gino ora impugna la pallina e diventa un fiume di parole, ricordando quei tempi e ringraziando a più riprese il baseball come uno sport che gli ha dato dei valori. “Il mio ruolo era shortstop, tiravo  e battevo di mancino: ma a lungo ho dovuto giocare con un guanto da destro, quanta fatica”.  È giunto a Milano, in questo scorcio di 2016, insieme alla moglie Melù, per occuparsi del suo lavoro. Prepara e tiene spettacoli periodicamente, spesso coinvolgendo i “Ribelli”, il complesso che negli anni ’60 accompagnava Celentano e con lo stesso Santercole alla chitarra.  Il secondo chitarrista dei Ribelli era Giorgio Benacchio e proprio da lui, nel negozio d’abbigliamento accanto, ci trasferiamo per scattare altre foto.

Ma anche la nostra storia va avanti, Gino vuole raccontare. Nel ricordare quei tempi non dimentica la lippa, il primo amore dei ragazzi della via Gluck. “Eravamo dei campioni, credo. Il bastone ideale, si sa, era il manico di scopa e si andava a cercare in qualche cortile una ramazza vecchia, per poi spezzarla al punto giusto facendo leva in qualche tombino. Organizzavamo una specie di Olimpiade della via Gluck, con lippa, baseball e altri sport”.

Così prosegue il racconto di Gino. “Un giorno venne a trovarci al nostro campetto uno che a baseball giocava sul serio”. Stava nell’Inter dei fratelli Mangini e abitava in fondo alla via Gluck ma dalla parte opposta. “Era Carmelo Cantoni, un gran fisico, che fece parte addirittura della nazionale italiana nel 1953. Ci chiese: volete davvero giocare a baseball? Eccome, rispondemmo. E così ci regalò del materiale e persino il mio tanto desiderato guanto mancino, che gli procurò il suo dirigente Martignon”.  Fu la svolta; e la fortuna continuò. “Fummo notati di passaggio da un certo Antonelli, mi pare che si chiamasse così, che stava nel gruppo sportivo Pirelli. E anche lui fece una domanda: volete giocare in una vera squadra? La Pirelli sta cercando dei giovani”.  Non finì la frase, alzarono tutti la mano, ma… “Che significa una vera squadra? – chiedemmo”. “Significa – disse quel signore – che vi daremo delle divise, le scarpe da baseball e ogni altro materiale occorrente”. Prosegue Gino: “Eravamo sconvolti dalla contentezza. Al primo allenamento sul campo della Pirelli, vicino allo stabilimento, andammo pieni di entusiasmo, con  le nostre biciclette”. Alla fine, l’allenatore fece loro i complimenti: “Bravi, adesso tutti a fare la doccia”. La doccia? “Noi non avevamo neanche l’acqua corrente in casa e bisognava prenderla in cortile, figurarsi la doccia”. Quante conquiste in poco tempo: “la mia bella divisa, il guanto mancino e anche la doccia! E una vera squadra, con cui disputai tre campionati fra il ’55 e il ’57, tesserato per la Pirelli e la Federazione!  Poi, i casi della vita mi portarono a pensare ad altro”. “Ma il baseball non lo dimenticherò mai”, esclama Gino Santercole nel salutarci. “Anzi, adesso che abito vicino a Mantova e non più a Roma, potrei magari venire a Novara a vedere una partita della massima serie, per il vostro anno del Cinquantesimo”.  Così il grande interprete di canzoni come per esempio “Stella d’argento” avrà anche la possibilità di scambiare qualche tiro, e tanti piacevoli ricordi, con Beppe Guilizzoni, che dal 2015 è la nostra “Stella d’argento” al merito sportivo.

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